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_GIORNO 8_

Al centro.

In stanza asettica, sta, lettino e uomo.

Ancorato da tubi di plastica alla realtà. Non c’è niente di tondo. Solo le ruote del letto, di color grigio immobile. Tecnologia di vita. Parati a polvere, ossigeno e speranza.

A destra .

C’è quadrato nero con una linea verde come perimetro di prato. Tutto è immobile da giorni e giorni. Riprendo ogni centimetro di silenzio di questo uomo mummia sulla trentina.

_UOMO IN COMA_

Mi devo svegliare.

Intensamente breve, il lampo, d’alluce rinsavito. E’ voce e luce. Asteroide in caduta. Niente artificiali fuochi. Chiuso in questo corpo di poliuretano espanso percepisco solo il rosso. Al di là dei miei occhi chiusi un mazzo di tulipani appassiti. Fil rouge di ciò che appare, ciò che è e il tutto della parola tempo.

In quest’io avvolto da benda lucida e termica credo di non poter smettere di pensare.

Vedo, linee, sono tabelle, tutto riquadra nella forza del prescelto alfabeto. Trattasi di linguaggi. Alla gara, il podio compostamente continua a comporsi. Significazione è Comunicazione e allora sento il Segno quando mi tocco.

E’ cicatrice.

Tutto è segno come tutto è verità.

Sono fermo in terra di mezzo. Isola apolide. Metà deserto, metà ghiacciaio. La muraglia di specchi non libera le foche intrappolate nel ghiaccio, né tutte le teste di struzzo sotto sabbia imbalsamate.

Nel simulacro di questo viaggio solo le linee sanno di casa. Non potrò, camino rivedere, finché non avrò raccolto tutte queste, di legno linee.

Dove è più c’è un meno. Dove è un punto ci sono rette, infinite, infilate, come chiodi tra le braccia di Cristo.

Non posso scendere da questa croce di plexiglas. Ricordarsi di essere invertebrati.

Tutto sembra risposta in superficie. Tutti i panni che indosso sono risposte. Tutto l’inverno è una risposta. Una lotta tra il freddo e il corpo che copro.

Il corpo.

Creo substrati di difese senza mettermi intimo.

LUCIA

:<<

L- mi sono strozzata con l’acqua che stavo bevendo quando mi hanno chiamato avvisandomi dell’incidente.

:>>

Non posso pensare di perderti. Tu assoluto Sole.

Non c’è niente in questa sabbia mobile. Con i piedi a fondo nella clessidra del tempo, aspetto il rintocco del tuo ciglio.

E’ sceso il freddo come un ghiacciolo dal tetto. Quanta neve c’è, attorno a questo dicembre di ferro.

Il mio petto in continua altalena, rilascia lento ogni giorno, verso l’alto. Così ordinato.

Abbasso lo sguardo e vedo Te.

Nuotando ne l letto sotto la densissima grotta di bende. Disteso nudo sotto il ridicolo camice senza stoffa.

Come siamo finiti qui? Come quel giorno hai deciso di gettare la scala?

Ho perso i ponti che portavano a te. Ti sei intrappolato dentro la tua testa ampolla.

E’ entrata in stanza 3 ore dopo di lui. Non poteva affrettarsi.

Il suo volto viola ed il petto rosso hanno impiegato molto a schivare tutta la neve posta tra loro e il Sole. Questo è, quell’uomo che lei prega. Invocando l’assoluto solo Sole.

L’eleganza del suo corpo rosso non ha smagliature. E’ una delle poche persone che sa indossare il rosso senza essere dialetto.

Forse perché è tutto perfettamente ordinato tra le linee calde dei suoi capelli marroni.

Quando lo tocca, si nasconde dietro guanti d’ombra immaginari. Non sente il coraggio di testare il potere del silenzio.

In realtà sembra che in lei ci sia sempre musica.

Mai sai cosa sta pensando. Tutto tranne che silenzio. Quando c’è lei, sempre è, concerto di suoni. Non lascia nessuno a silenzio.

Versa l’acqua nel bicchiere. Sorseggia. Piange. Gioca con l’unghia sul tavolo. Parla. Prega. Sfoglia un libro.

Strappa i petali ai tulipani che odia. Li tiene in mano per minuti cercando con forza centrifuga di creare una pallina. Minuscola.

I suoi occhi sono affreschi a strati, tutta l’umidità del palato scioglie l’intonaco come se fosse cipria.

Dentro la bocca fanno incubi urla che sembrano strozzarla.

Perché sei andato alla serra? Tu e i tuoi maledetti fiori. C’è la neve è solo neve. Non accetto più l’inverno. Sapere di te sepolto a vetri e neve solo in mezzo a fiori.

Ghiaccio.

Te l’ho sempre detto che i fiori per me sanno, solo, di cimitero. Sono tutti grigi, camuffati in vestiti colorati, come se fosse sempre carnevale.

Ed ora non ti svegli.

Non ti svegli.

Sei grigio anche tu.

Tutti gli scacchi della tovaglia sono in fila dentro la flebo, Sei solo acqua,

con quella consistenza ibrida.

Proprio ora che stai per partire.

La moda dell’esotico.

 

_GIORNO 12_

Il crepuscolo ondeggiava come un aquilone. La flebo deglutiva. Lei ascoltava la musica. Non sua.

Ho creduto opportuno documentarmi su miracoli. Ho letto un articolo e io ci credo.

E’ la verità la suono terapia. E’ per quello che le note hanno le gambe, perché sono vive. Senti come cammina questo esercito verso di te? Non è Samba, perché tu sei troppo sensibile ai colori.

La gradualità della scala, cromatica, non può afferrarti l’arto. Sarebbe pericoloso come il cristallo.

Io sto costruendo il prato dove puoi decidere di camminare, scalzo.

Ormai è il Bluio.

Non senti neanche questo?

E le mie parole? Non comprendi neanche me.

Gabbia d’ovatta, no, è solo cotone.

So, che i tuoi tagli sotto sono vivi. Senti caldo?

Senti?

SENTI?

Lucia si alza. Lui no

Lei scatta verso la musica. La innalza. Esplode.

Prende il vaso. Strappa i fiori dall’acqua con tutte le radici.

In un gesto rallentato e tagliente innaffia il suo Sole in totale libertà.

Il cotone inizia a colorarsi di un grigio così fluido e veloce. A tratti emergono tutti i graffi rossi.

Lui sembra un ramo senza tronco.

Le gocce iniziano a scendere ritmate verso le ruote e le linee delle mattonelle.

Lucia è nascosta dietro le sue gambe a terra.

Solo adesso sa di aver sentito il suono del vetro a pezzi.

Come lei. tra le sue scarpe acqua di vetro.

Lui sotto il cemento vivo rimaneva morto.

Niente.

Tutto si svegliò, accesero le luci. L’infermiera triste si fermò alla porta.

I suoi occhi in linea tra l’alto di lui e il basso di lei.

Non c’era un primo .

Il dottore chiamò la sicurezza.

Lo portarono a rifare il bendaggio.

_GIORNO DODICI_

Tra i binari dove avanza il treno morto della mia memoria, mi ricordo di lei. Come lampo.

Impallidiscono i petali a contatto con la sua forma astratta e vivace.

La ricordo spiccare seduta su una fredda sedia di plastica bianca.

Si alzò verso il palco in un momento certo.

Iniziò il suo discorso con molte pause ma senza punti.

L’architetto dei paesaggi.

La incontrai così ad un convegno sulla riqualificazione urbana dei parchi in città.

Lei che non sa niente sui fiori, li ha usati mero colore a forme.

Stagionalità.

In quel momento mi prudeva forte il mento e il neo sulla fronte iniziava a farmi male.

Il cervello a volte si comporta da mosca. Tende a infastidire le percezioni così lisce.

_GIORNO TREDICI_

In un punto scoperto si spalancarono le finestre, senza tende. I guerrieri della libertà forzarono gli infissi usando la forza del vento evaporato di un campo, di canapa.

L’ingresso di Luce tinteggio tutte le bende d’oro.

Il sole era un sarcofago di bigiotteria annacquata.

Cavalieri perché siete qui?

Nella stanza quadrata?

Le quattro dame iniziarono le danze ritmiche in diagonale.

La percezione di un incrocio creava un campo sismico di energia.

E c’era vita. E c’era un uomo morto…

_GIORNO 13_

Alla percezione del quadrato di panna che sigillava le tegole delle tue piastrine di cotone, mi resi conto che non ti saresti mai svegliato.

Ho connesso tutte le parabole che avevo appese al collo. Senza briglie, galoppavo tra tuoi silenzi.

Il tuo sorriso mi giunge rapido come il calore in un microonde. Si, vedo che dentro stai bene. Lì dove non esprimi nessun significato.

Metto le mie penne nei calamai spogli.  Dove rimasta è solo un po’ di morfina.

—————————————————————————————————————————————————-

Il racconto non è finito, non può finire, non ha fine, finirà, è finito, non esiste. Non siamo dottori.

Δ G.C.

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3 thoughts on “_BLAUCOMA_

  1. complimenti giuly, affascinante e coinvolgente il racconto e tu sei una grande, continua cosí voglio leggere mas!!!

    beso

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